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2月26日
Sulla vetta della montagna sacra ciò che si rivela è la possibilità della rottura del gioco della finzione. Partito alla ricerca della verità, chi vi giunge non trova altro che la realtà. Cosa c’è di più sacro della realtà, al di là dell’impostura della sacertà? Jodorowsky non lascia allo spettatore alcuna facoltà di interpretazione: quando già crede di essere ad un passo dalla soluzione dell’enigma, egli scopre di essere stato egli stesso guidato da un maestro che non gli ha concesso alcun distacco dalla finzione filmica. Non gli è dato, cioè, di essere un puro spettatore, il semplice spettatore ha da vergognarsi. Ma per scoprirlo è questa stessa finzione che deve venire alla luce, che ha da confessarsi, da smascherarsi con una risata di scherno. L’universo si prende gioco di lui poiché egli è caduto nella trappola del gioco. La sua colpa, in fondo, è quella di aver creduto troppo alla verità, ma anche troppo poco: di aver preso il gioco – il gesto del pagliaccio che mima il mondo e lo mette in ridicolo, come i rospi che mimano la conquista del Messico – troppo sul serio. Lo spettatore altri non è che colui che pretendeva di decapitare il maestro perché ormai in possesso del vero. Il protagonista che esce di scena e che viene richiamato al mondo, umiliato, ricondotto alla nullità del reale. «Torna al tuo paese» gli dice il maestro «e cambia il mondo».
2月23日
La generale alfabetizzazione è nulla dinanzi alle possibilità offerte da un blog. Prima tutti sapevano scrivere. Poi hanno potuto scrivere. Oggi scrivono. Come me, adesso.
Tra non molto le parole scritte dagli utenti di internet supereranno la mole di qualsiasi biblioteca. Per un attimo sono tentato di dire che la qualità di ciò che vi si legge è assolutamente inferiore a quella di una vecchia biblioteca. Ma non lo dico. Perché dirlo significherebbe fraintendere il significato di questa nuova raccolta di parole, storie e discorsi. La bassa qualità non è più un attributo che si aggiunge alla letteratura come tale, è la letteratura che diventa proprietà di questa qualità. La qualità di una qualità (ammesso che sappiamo davvero che cos’è una qualità) non è altro che la morte della qualità. La letteratura ridotta a qualità di una qualità è l’accidente di una necessità. La qualità non ci interessa più. La letteratura non è mai stata tale perché isolasse tra le infinite combinazioni di parole quelle di migliore qualità. Era – e resta – un’attitudine. Parlare di bassa qualità ci costringe alla rassegnazione. Ma la letteratura che abbiamo oggi a disposizione è semplicemente inqualificabile. Certo, ci sono scrittori come quelli di una volta, quelli che meditano e limano, ce ne sono tanti, anzi, molti più di prima. Quelli che si vedono nelle librerie e che pubblicano ancora su carta. Quelli che ci tengono a definire una letteratura, quelli che tengono alla qualità. Pure, il grado ultimo dell’alfabetizzazione ci mette alle strette, non possiamo fare a meno di riconsiderare tutto quanto. Qualcuno – che mi conosca o meno – finirà prima o poi per leggere queste parole. Sarà indifferente l’impressione che susciteranno, perché saranno state lette. È un tipo di letteratura fruita nei momenti di vuoto, e il più delle volte per puro caso. Si potrebbe dire, ma un blog non è uguale all’altro, ce ne sono di ridicoli e di profondissimi. C’è il blog che si legge una sola volta, per caso, e c’è quello su cui si torna spesso. Il punto è, che la bassissima qualità di ciò che sto scrivendo non ne inficia il valore letterario. Perché la sua leggibilità accede all’indifferenza della lettura. Lo può leggere chiunque, e, soprattutto, nessuno può davvero evitare di leggerlo. Tutto ciò potrebbe farmi sentire depositario di qualcosa. No, mi fa sentire infinitamente annoiato.
2月18日
L’uomo preda è il paradigma dell’era del benessere, l’uomo giunto al culmine della liberazione dalla necessità – dalla natura – che si scopre ricaduto al fondo della catena alimentare. Un uomo che oscilla tra l’espiazione dei propri peccati e l’impulso cieco ad essere più violento di chiunque altro. Tra la paura e l’assuefazione alla paura. La libertà reciproca assume ormai i tratti di un’ombra di sangue che grava sulle nostre teste. La politica della legalità e della sicurezza è solo lo specchio dell’etica della violenza. Questo non ha nulla a che vedere con le proporzioni reali che la violenza assume. L’occidente, probabilmente, non ha mai conosciuto un tasso tanto irrisorio di omicidi, stupri, molestie. Ciò che conta è la percezione del senso di questa violenza. Ovvero del suo non senso, dell’incapacità di attribuirle senso. Nel tentativo di cancellarne lo spettro, essa si fa più terribile.
Se nel secolo XIX questo scenario assunse la forma del giallo, oggi è la fantascienza a mettere in figura l’incubo dell’uomo preda. Il giallo conserva la struttura di un enigma da risolvere, dove la colpa resta confinata alle ragioni di un movente, e la morte violenta è allontanata nei modelli esplicativi delle scienze sociali e naturali. Qui il discrimine tra uomo e natura non è ancora definito, l’animalità trova spazio nella ragione come sua eccezione. Oggi questa eccezionalità non ha più senso, nel nostro immaginario la violenza si scatena senza limiti, e non v’è ragione che possa contenerla. La minaccia proveniente dalle profondità dello spazio è ancora un tentativo di ricondurre l’estraneità della morte a ciò che deve essere: estraneità, appunto, che tuttavia può collocarsi entro i limiti del naturale. Il giallo contemporaneo è simile al giallo classico solo formalmente: ciò che in esso appare è l’estraneità assoluta della violenza, il suo dilagare senza senso.
Siamo giunti all’era della sacertà dell’uomo in quanto tale, qualcosa di non più sacrificabile se non con la rinuncia al sacrificio; o con il sacrificio totale, la guerra. John Doe, il feroce maniaco di Seven, non è un pazzo. È qualcuno che ha visto tutto questo troppo chiaramente. Un uomo in cui il terrore della violenza ne scatena la furia omicida. Costui ha voluto esporre il sacro nella propria persona. Costringe il mondo a sacrificarlo, a conferirgli la paradossalità della vittima che è impossibile tanto giustiziare quanto risparmiare. Ma non poteva riuscirvi se non in senso nuovo. Facendo di se stesso una vittima che non ha alcuna innocenza da opporre alla morte, in cui nulla più resiste al sacrificio. Una vittima che ha da essere sacrificata in quanto colpevole, ma che in quanto colpevole non può più essere sacrificata. La morte della vittima ne fa, ora, vittima innocente. Doe guadagna così la propria innocenza di fondo. Proprio come riesce, finalmente, ad attirare su di se quella violenza di cui aveva terrore. La sua morte è ad un tempo legittima ed illegittima, ma in un senso radicalmente diverso da quello della morte dell’uomo come preda. Doe, in altre parole, sacrifica il significato più intimo del sacro.
* testo provvisorio
2月13日
La Madonna m’ha detto, quella troia,
in un sogno precoce, ieri notte,
che al fin mi grazierà, lei che si fotte
birrai e marinai, magnaccia e boia:
se alcun l’ingravida, tra tante botte,
mette al mondo Messia d’eterna gioia.
Si sa, son tutti figli di mignotte
questi profeti, ce li ho tutti a noia.
Ma come, proprio tu, brutta baldracca,
ti vanti di potermi dar salvezza,
ché il frutto del tuo seno è pur bastardo?
Le mie bestemmie non fan manco mezza
delle tue braverie: meglio un testardo
blasfemo impenitente che una vacca.
2月6日
Giurerei che oggi,
sol che la suola abbia ceduto
diversamente su questi sassi,
sì, qualcosa ha ceduto
nei miei intestini, una bolla
d'invidia,
e il piombo
che mi gravava le labbra
s’è schiantato a terra. Lo raccoglierò
con un altro passo, un’altra volta.
2月5日
Father, send me to your hell,
there will I grow like the devil
you just wanted me to be.
You’ll see your gift, what it means,
for my skin portraits your story,
and my fingers are your hatred.
Naked I will say your word.
And I want them not to hear me.
2月4日
Che cosa avete da leggere? Stronzi
l'ho sempre detto che non sono in grado di tenere un blog
2月3日
Voglio essere
perdonato
sulla strada di terra
che mi conduce all’inizio.
Io sono l’innocente
che cerca il peccato;
e il peccatore che cerca innocenza.
2月2日
È l’ora che s’accendano le lampade.
È già così tardi quaggiù?
Il mio viso, dall’alto,
chi lo può vedere?
Ma sopra il corridoio dei tetti
c’è ancora luce.
Sono stato io a chiudere
gli occhi,
o qualcuno li ha chiusi su di me?
Le pieghe della fronte del mio vicino mi disgustano, vedo la massa bollente degli spaghetti al pesce della mensa spandersi sul mio foglio, la gola mi preme un’ossessione di canto e di vomito. Questa trottola d’uomo, questo animale dall’occhio confuso, dotato di una parola forgiata nello sputo del suo catarro canino, questo sbadiglio del mondo. Il suo orecchio ha preso vita, ne ho visto uscire vermi e falene, dietro quel tempio che sogno di spezzare con una lama lontana dalla ragione, di inondare di rosso, sta un regno schifoso di masse grigie e violacee che si perpetua a mio dispetto, che ne fa muovere le labbra stupide, ne irrora il cazzo minuto di cerbiatto innocente, ne fa sbattere le palpebre idiote. Ah, lo schifo degli uomini. Ne inciderei la pelle bianca con una scheggia di vetro vecchio e opaco, ne spaccherei le dita con la punta di una pietra bagnata, i denti li strapperei con una tenaglia arrugginita, farei morte di ciò che è vivo.
La sua lingua interrompe di tanto in tanto questo parlare imbecille, la sua lingua imbecille parla ininterrotta, perché non tace? Taccio perché non ho risposte, perché questo miraggio di noia è mediocre, perché la dinamite che riposa nelle arterie ostruite e malate non ha coraggio di esplodere, perché scrivo cose sempre più stupide, sempre più forzatamente strane, perché l’alito putrescente di questi mostri mi lusinga, perché dietro ai miei occhi siede una vipera che Venere ha corrotta con la moneta d’una bellezza crudele, d’un culo che mi stuzzica la lingua, d’una sporca, perversa immagine luciferina.
2月1日
Non sta nel passato la storia, ma piuttosto nel futuro. Questo è il senso della facoltà precognitiva dei personaggi di Dick. Ciò che sarà è ciò che deve avvenire. Tra possibilità infinite, soltanto una si realizzerà, il tempo ha già deciso che ciò che sarà sarà così, e non altrimenti. Dove il tempo ha deciso, è la fine di ogni logica. Non esiste ponderazione sul mondo: non c’è ragione perché sia, ma non sarà che così. È un futuro della storia in cui il passato si annulla e perde significato. Il passato diventa possibile, si riapre a tutti i mondi possibili. Per questo i precog di Dick dimenticano quel che è stato, la loro storia è di là da venire.
Non c’è alcuna fiducia nell’avvenire; al contrario, la perfetta coscienza di come un futuro necessariamente ci attenda, e che sarà ciò che deve essere. Futuro, quindi, come la declinazione più reale dell’essere, la sostanza dell'eternità, ciò che è sempre incipiente e che non può svanire, che ancora non può essere obliato. Obliare si può solo ciò che conosce l’essere, e che come tale non è alcunché. Ma non c’è modo di dimenticare quello che ha da essere. Perché qualcosa ha da essere. E – qualunque cosa sia – sarà proprio ciò che sarà. Qui muore la metafisica dell’essere.
Non è l’oro il colore dei tuoi capelli,
ma il colore delle piume terribili
di pappagalli delle Americhe,
il giallo delle pagine di un vecchio libro
sotto il sole delle cinque in aprile,
lo zafferano che ribolle nella cucina vuota,
il manto di una tigre illustrata,
la foglia umida di terra,
il fuoco che arde ceppi di castagno,
il piscio che si diffonde sul bianco
di un lavello nel pomeriggio eretico
di mal di testa e lacrime tradite.
Sei la cornacchia che stride
All'alba sulle scale.
Da queste pietre sento
la voce che ti strappa
la vita, che t'accosta
alla sete altrui.
Non leggi una fine scritta
tra le tue cosce? Non è cosa
più ridicola che raccontare
la vita di una puttana.
Lo faccio per provocarla, solo per questo. No, non solo per questo. In me la provocazione si unisce ad una strana idea del desiderio, quasi che dinanzi al fuoco ferino dei suoi occhi io potessi finalmente godere di lei fino in fondo. Voglio che lei lo sappia, che lo senta. Ma non deve capire quanto so essere patetico, deve accogliere le mie dita, conoscerle. Questa inutile, incontenibile idea del male, forse è qui che si riassume ogni erotismo. Il fumo della sigaretta nasconde a tratti il suo sorriso complice – mi fa sussultare, mi avvelena di una passione nuova –, continua a fissarci mentre la mia mano si perde sotto la gonna di G., sale dal ginocchio perfetto fino all’interno della coscia, lentamente, poi più oltre a sfiorare l’orlo delle mutandine, il suo pube enorme, il suo sesso.
Tiene tra le labbra un’altra sigaretta, anch’io ne accendo una. Quando la vedo avvicinarsi per un istante non so che fare. Si preme contro G., con la mano le accarezza una coscia, le chiede da accendere. Lei le sorride, avvampa di un rossore che non le avevo mai visto sul viso. Ma non esita. È tutta per me, adesso, per la prima volta la sento invocare le mie braccia, questa divina apparizione fa di lei una ragazzina spaventata, come una vergine alla sua prima scopata.
«Sei bella», le dice.
G. sorride ancora, mi guarda imbarazzata.
«Andiamo a ballare», G. mi prende per mano.
Mentre balliamo tra zingari e strani abitatori delle periferie si stringe a me, la sua altezza infantile non mi sovrasta più, le cingo i fianchi, lascio scivolare le mani tra le sue gambe sudate, il suo ventre, i suoi seni; sorride nervosa, guarda altrove, spera che io la smetta di giocare. Ma sono libero come un bambino, io. Lei balla da sola vicino a noi, le lancio occhiate che suonano come un invito, questa volta. Si fa più vicina, si struscia alla schiena di G., le tocca le cosce e il culo con un brivido di piacere sulle labbra. G. sfugge alla sua presa, viene dietro di me, sono nel mezzo. Sfrego tutto il mio corpo sui corpi di entrambe, G. è irritata, «andiamo via» mi dice, quando già l’altra, davanti a me, mentre faccio scorrere le mie mani sulla sua schiena, protende le sue a contenere le tette di G.
«Sei fortunato»
«Perché?»
«La tua ragazza è bellissima»
«Non è la mia ragazza»
G. balla con uno zigano. G. non balla bene, si erge come la statua di una matrona di Roma sopra di lui, ma questo piccoletto dalla pelle scura, una scimmia agilissima tutt’ossa, sa come farla muovere, ha la musica nelle vene. Questa gente custodisce una legge dei moti celesti, un’arte della sopravvivenza. Mi accendo una sigaretta, lei fuma accanto a me, una smorfia commista d’ironia e d’invidia.
«Hai fatto l’amore con lei?» mi chiede.
«Sì»
«E com’è stato?»
«Gli uomini sono così stupidi, non trovi?»
«Mi prendi in giro, tu non sei straniero»
G. non balla più, lei la afferra per le braccia, vuole ballare con lei, sentire il suo ventre. G. mi chiama a se, «salvami da lei». È tutta mia, questa notte. Non rispondo, siamo suono e movimento su di lei, animali assetati della sua verità, è un groviglio di mani e di ginocchia che si agitano. Lei non fa che sussurrarle parole di miele all’orecchio, G. ride forte, gli occhi corrono impazziti a cercare tra la folla. Poi se ne va, si siede lontano da noi in un angolo, accende una sigaretta, una di quelle sue sigarette sottili e leggere che detesto.
Rimango in mezzo alla pista con la sconosciuta dal petto forte e palpitante.
«Credi che valga la pena di chiederle il numero di telefono?»
«Non lo so. Chiedilo e basta»
«Tu sei il suo ragazzo, non mentire»
«No»
«È bellissima»
«Sì»
Vado a sedermi accanto a G., sorrido. Non ho bevuto nulla, ma sorrido come uno sciocco. «Portiamola a casa con noi», le dico, e intanto le infilo una mano tra le cosce, ancora. Lei corruccia la fronte e si alza spazientita. «No, andiamo via».
Non ho nemmeno chiesto alla sconosciuta come si chiamasse.
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