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4月13日
Non è esatto dire che la storia è fatta dai vincitori. Sarebbe assai più semplice sfondarne le colonne portanti, se così fosse. Piuttosto, è la storia a fare i vincitori. Il fatto stesso che ci sia una storia è solo in prima approssimazione un prodotto di chi ha vinto. La storia assume un volto autonomo, ed è in grado, spesso, di portare la vittoria a chi ha vinto già da sempre. Che il potere miri alla propria riproduzione è ormai una banalità. Che la storia si riproduca, è una sciocchezza. Che la storia abbia deciso che cosa riprodurre (in termini di paradigmi, di narrazioni che producono storia), è un’indomabile verità. Si tratta di sentieri di senso che la storia conduce a noi e che si perdono negli orizzonti della ragione. La storia ha le sue proprie ragioni. Una questione di qualità, dicevano i cccp. O forse una semplice formalità (un motivo di forme, inerzialità formatrice). Ma la storia, appunto, non ricorda la distinzione tra sostanza e forma. Tra ciò che è storia e ciò che ha storia.
4月12日
Sade è stato uno dei pochi a prendere sul serio l’idea della politica moderna. Quel luogo cioè attraverso cui passa la forma moderna dell’integrazione sociale tra gli uomini e che solo a questa altezza può essere legittimamente chiamata politica. Perché Sade aveva bisogno di prendere tutto questo sul serio per dissacrarlo e riderne? O, più in generale, perché lo scherno e l’ironia hanno bisogno di serietà? Forse il motivo è lo stesso per cui la razionalità che fonda il diritto moderno – come schema della politica – è la medesima che Sade impiega per dare forma al suo anti-diritto, un diritto, se vogliamo, innaturale. Se il primo nasce in virtù di una teoria delle passioni naturali in vista del loro contenimento razionale, il secondo muove da un’idea della ragione stessa come passione. La ragione sadica è radice e fondazione dell’irrazionalità delle passioni.
Sade, in altre parole, disegna un uomo interamente naturale e interamente razionale, interamente corpo e interamente spirito, che non può che prendersi gioco della dicotomia passione-ragione cui dà origine la ragione del diritto. L’illuminismo sadiano è ciò che illumina la paradossalità della ragione moderna e la mette in ridicolo.
Nondimeno, questa immagine satanica della ragione non ha significato (teorico né materiale) al di fuori del diritto. La stretta, ineludibile dipendenza del pensiero di Sade dalla teoria moderna del diritto ruota in primo luogo attorno al principio dell’etica. Il diritto, per definizione, mette fuori gioco l’etica tanto quanto lo fa La philosophie dans le boudoir. Ma il diritto sorge – non in funzione secondaria, ma primariamente – come sfera dell’etico. Esso si libera dell’etica tout court per lasciare il campo all’etico in quanto legge: la ragione dell’etico è la legge della ragione. Allo stesso modo che il diritto spezza il divino e trasfigura la religione in teologia. Nella teologia, prima di tutto, l’individuo si fa uguale agli altri e diviene qualcosa di universale. La differenza naturale si trasforma in quella tra il diritto sovrano e il popolo, dove il Dio particolare è ora Dio personale. Sade non può fare a meno di questa dialettica: per lui il principio della sovranità non può che ripercorrere, anche se a ritroso, questa differenza – questo eccepimento sovrano, diremmo – del diritto rispetto al soggetto del diritto.
4月10日
Non credo più alle canzoni
che i bambini cantano
dietro l’angolo, dall’altra parte
della strada.
Credo all’asfalto, ai miei guanti
che non porto mai,
ai miei piedi rotti,
al coltello che non ho mai avuto,
ai frutti della terra
che non ho seminato.
4月6日
Il vero problema della filosofia non è quello di non trovare la verità. O di escogitare modi troppo diversi tra loro per trovarla. Il problema è che la filosofia non accetta di averla sotto il naso, la verità. Non riesce a digerire il fatto che le cose sono proprio così come sono. Questo non significa affatto che la filosofia sia inutile. E non significa nemmeno che le cose siano piane e semplici, disponibili nella loro totalità al nostro sguardo. Significa però che la filosofia trova spesso il suo limite nell’ossessione della fondazione. Non è capace di accettare che i cani abbiano quattro zampe, e neppure che i cani esistano e siano proprio dei cani. Non accetta che il mondo sia proprio quel che è, benché potesse essere qualcos’altro. La filosofia ha bisogno di trovare una ragione per cui il mondo è il mondo, le cose sono le cose. C’è bisogno di fondare qualunque cosa, la filosofia si rifiuta di conoscere un’evidenza. Parlare di evidenza non è solo, banalmente, il modo più semplice per lasciare che tutto sembri esattamente ciò che è sempre sembrato. Significa anche arrestare il discorso all’inesorabilità del vero. Perché gli uomini si chiedono che cosa sia bene e che cosa sia male? Perché gli uomini sono esseri morali? Tutto questo ha bisogno di essere fondato? Perché, allora, il colore rosso ci appare proprio rosso?
«Perché è in generale l’ente, e non il niente?» – questa domanda potrebbe essere indifferentemente la più feconda o la più stolta per la filosofia.
4月3日
è l'amarezza che muove i miei passi. scoprire che non sono solo e non posso esserlo. ma che sono anche da solo. che tutto ciò che esiste è meglio di me. che sono l'ultima pietra della creazione, la più perfetta e la più inutile. la più fondamentale e la più mediocre. ogni sigaretta è un minuto sottratto alla mia vita, e ogni parola al mio silenzio. gli sguardi di coloro che mi accadono intorno sono come specchi disposti a caso sul crinale di una montagna di rocce. sono diventato un egoista. il centro dell'universo, ormai, sta nel mio notturno masturbarmi.
4月2日
Perché non si parla di letteratura maschile come genere? Una domanda apparentemente banale, ma che rende possibile dare un significato a ciò che si intende per letteratura femminile. Se la letteratura femminile può essere considerata un genere letterario vero e proprio ciò non può essere, evidentemente, che in relazione (sia essa di opposizione o meno) ad una supposta letteratura maschile. Tuttavia un genere letterario maschile come tale non esiste. Si potrebbe dire che il maschile in letteratura rappresenti un rimosso della storia letteraria che affiora soltanto – e non prima – laddove si possa parlare di un femminile in letteratura. Sarebbe riduttivo, tuttavia, trovare la radice di questo rimosso nel fatto puro e semplice che fino a tempi recenti la letteratura sia stata fatta quasi esclusivamente da uomini. Il problema investe la natura stessa di ciò che chiamiamo letterario: esso non è solo un’attività come le altre di cui, nella storia, gli uomini, e non le donne, sono stati depositari. La letteratura racconta. Cioè rammemora, rielabora, rappresenta, esibisce. Per questo motivo essa possiede la specifica proprietà di non porsi accanto alle altre cose o tra le cose, ma di includerle entro di se, di assorbirle e, necessariamente, di trasformarle. Nel far questo essa le dispone in un ordine, assegna un ordine al mondo. Questo significa che se la letteratura nasce in seno al mondo maschile, essa non può che essere qualcosa di intrinsecamente maschile. In altri termini, essa rappresenta e conserva un ordine maschile da cui non è capace di uscire (e su cui non è neppure capace di riflettere) fino a che non incontra un ordine del femminile che prima di quel momento non ha avuto accesso alla letteratura, che non ha potuto, cioè, raccontare e raccontarsi.
In questo incontro riposa la possibilità che oggi si parli di letteratura di genere come un genere della letteratura. La letteratura femminile non è soltanto una letteratura fatta dalle donne. Se intesa in questo modo, infatti, essa rischia continuamente di tenere nascosta la sua pienezza di senso. Poiché un approccio ingenuo all’ambito del letterario costringe una donna a confrontarsi con qualcosa che da sempre è strumento di rappresentazione di un ordine da cui il femminile è escluso – o meglio, vi è incluso sotto una prospettiva che non poteva essere quella femminile. Dinanzi a questo ordine della rappresentazione – se cioè si considera la letteratura come qualcosa che abbia valore autonomo, indipendentemente da chi la fa – una donna non ha che due alternative paradossali: fare letteratura, o non farla affatto. Ma nella letteratura femminile come genere è proprio questo ad essere in gioco, cioè che la letteratura sia se stessa oppure qualcos’altro.
Considerato tutto questo, una letteratura fatta dalle donne non può che costituirsi in quanto genere reale, a se stante, e non piuttosto come un genere tra i generi letterari. Questo proprio perché è su una questione di genere, la più fondamentale, che essa affonda. In qualche modo, allora, potremmo dire che la letteratura di genere non è più letteratura in senso stretto, ma qualcosa di differente e non riconducibile al piano del letterario tout court. Prima ancora di poter dire che cosa essa sia, possiamo dire che cosa non è: essa non è letteratura, o per meglio dire è una non-letteratura.
Una linea interpretativa di questo tipo è certamente radicale, estrema, e non può diventare una posizione dogmatica. Nondimeno è fondamentale che essa possa restare come filo conduttore, come un sentiero che ci guidi attraverso la letteratura di genere perché essa possa apparire per ciò che è. Se non si libera del concetto classico di letteratura, alla critica letteraria rischia di restare preclusa una vera comprensione della letteratura di genere. E non è affatto scontato che una critica femminile a questo tipo di letteratura sia in grado di rimuovere questo ostacolo concettuale, se essa resta vincolata a vecchi paradigmi. Poiché l’esperienza letteraria femminile non si limiterà mai a mettere in scena storie di donne: anche quando essa non rappresenti direttamente una storia vissuta dal punto di vista di una donna, sarà un ordine del mondo ad essere messo in questione. Nell’allargarsi della letteratura alle donne è in gioco un motivo storico di enorme portata, che solo deciderà della possibilità di determinare ancora che cosa sia la letteratura. Se questo allargarsi dell’esperienza letteraria dipende da una trasformazione di tipo culturale e sociale, a sua volta esso produce cultura e società, costruisce un mondo nuovo e un nuovo tipo di percezione di esso. Per di più, l’esistenza di una letteratura femminile ci costringe ormai a parlare di una letteratura maschile. Costringe gli uomini che oggi intendono fare letteratura a definire i limiti di una letteratura fatta da uomini, che non può più fare a meno di confrontarsi, anche in maniera traumatica, con l’ordine letterario femminile.
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