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日志


5月27日

Mi a baj?

 
 
Ogni problema sta all'inizio. Il vero problema è risolverlo senza tornare indietro.
 
 
 
 
5月14日

Nulla

 
 
Nella nostra epoca Dio non può essere che una donna
 
 
 
 
5月7日

Il bene e i buoni

 

 

«Questi sono solo dei disgraziati, non sono i giovani bene di Verona. Non rappresentano la città di Verona». Così Tosi, il sindaco, liquida la questione del recente omicidio per pestaggio a Verona, solo uno degli ultimi casi di violenza neofascista. Non deve sorprendere, poi, la caccia al nazista scatenata dai media. La legge della par condicio impone che accanto alla violenza rossa si segni a dito la violenza nera. Come se la seconda fosse qualcosa di mai esistito prima, come se le due cose, poi, non fossero che una e sola: la violenza dei disgraziati, degli emarginati che è necessario emarginare.

Le parole di Tosi colgono un luogo profondo del problema proprio nel tentativo di dissimularlo e di tacerlo. Mostrano, cioè, come una città dalla radicata cultura di destra come Verona possa permettersi di mettere al bando le sue creature indesiderate: gli ultimi che devono restare ultimi – coloro che, trascinati dalla cultura della violenza, debbono esserne anche le vittime.

Non sono i ragazzi bene di Verona, questi. Il che non implica necessariamente la loro provenienza sociale ma, più semplicemente, il modo in cui l’hanno recepita e l’hanno fatta propria. Lo schema con cui hanno percepito il modo che la comunità ha di esprimere il bisogno di violenza e della sua dispersione. Ogni comunità ha dei canali privilegiati di dissipazione della violenza: per dirla con parole altrui, la comunità ha un proprio luogo di manifestazione del sacro, una sua declinazione sacrificale. E la Verona bene sa quali vittime sacrificare, perfino i suoi stessi complici, i suoi boia di strada.

La Verona bene si contenta di far defluire la violenza sociale attraverso i percorsi della società stessa, delle sue nervature. Percorsi locali e globali ad un tempo. Una riproduzione della violenza che passa per la sua alienazione sociale: l’emarginazione dell’emarginato. Su questo livello stanno (ma qui non si fraintenda) tanto, ad esempio, i migranti quanto i giovani picchiatori. Vittime a boia presi assieme nel ritmo della macchina espiatoria.

 

 

 

5月2日

The only reason why we ask other people how their weekend was is so we can tell them about our own weekend

 

 

La lingua dice molto dell’ontologia. Ogni discorso, se si vuole, porta con se un’ontologia. E non è affatto semplice riconoscere di che tipo sia – banalmente - l’essere in questione, sotto quale profilo esso stesso sia. Un discorso, una singola frase, un sintagma, possono raccogliere un coagulo di più d’un piano ontologico. E tuttavia la lingua ha delle leggi, e queste non necessariamente esprimono un essere (uno stato di cose), ma ne sono talvolta espressione. Sono, cioè, manifestazioni dell’essere al di là di ogni interpretazione: si potrebbe dire che sono il modo in cui l’essere vuole essere interpretato.

L’essere, però, deve sempre essere inteso come parziale. Forse a tutte le lingue del mondo sono comuni le stesse regole elementari, gli stessi fattori di senso più originari. Ma anche se così fosse l’essere non ne sarebbe in ogni caso esaurito, non si consumerebbe nel proprio modo di farsi lingua e discorso. Pertanto ogni ordine del discorso, ogni elemento fondamentale della lingua, deve essere sempre riguardato come un punto di vista parziale sull’essere.

Detto questo, quelle strutture primarie non devono essere perse di vista. Al contrario, se esse stanno prima di un’interpretazione, se è una forma dell’essere a parlare attraverso di esse, dovranno essere interpretate. Un discorso su di esse, dovrà necessariamente passare per lo stadio interpretativo.

 

Un caso interessante è quello dei pronomi personali e del loro uso. Essi sono ben codificati, ben definiti. Esprimono porzioni del mondo cui riconosciamo un senso preciso. Vale a dire, trovano nel mondo un riferimento diretto. Pure, sono anche i segni della massima capacità di astrazione della lingua. O meglio, sono forme di trasfigurazione dell’essere. Le persone sono, per essere tali, prima di tutto impersonali, cioè debbono prescindere da quell’interpretazione parziale dell’essere che è al persona. Basta pensare alla contaminazione della prima persona singolare con la prima plurale. Diciamo “noi” per dire “io”, e l’io diventa generico: per insediarsi in se stesso si lascia attraversare da un “noi” di cui da per scontata una matrice di egoità. E si dice spesso “tu” per dire “noi”.

L’essere parziale si riappropria del suo essere intero in primo luogo attraverso la trasfigurazione delle strutture personali. Forse la teologia cristiana vive di questa lingua dell’essere.

E poi non ho voglia di continuare.