La lingua dice molto dell’ontologia. Ogni discorso, se si vuole, porta con se un’ontologia. E non è affatto semplice riconoscere di che tipo sia – banalmente - l’essere in questione, sotto quale profilo esso stesso sia. Un discorso, una singola frase, un sintagma, possono raccogliere un coagulo di più d’un piano ontologico. E tuttavia la lingua ha delle leggi, e queste non necessariamente esprimono un essere (uno stato di cose), ma ne sono talvolta espressione. Sono, cioè, manifestazioni dell’essere al di là di ogni interpretazione: si potrebbe dire che sono il modo in cui l’essere vuole essere interpretato.
L’essere, però, deve sempre essere inteso come parziale. Forse a tutte le lingue del mondo sono comuni le stesse regole elementari, gli stessi fattori di senso più originari. Ma anche se così fosse l’essere non ne sarebbe in ogni caso esaurito, non si consumerebbe nel proprio modo di farsi lingua e discorso. Pertanto ogni ordine del discorso, ogni elemento fondamentale della lingua, deve essere sempre riguardato come un punto di vista parziale sull’essere.
Detto questo, quelle strutture primarie non devono essere perse di vista. Al contrario, se esse stanno prima di un’interpretazione, se è una forma dell’essere a parlare attraverso di esse, dovranno essere interpretate. Un discorso su di esse, dovrà necessariamente passare per lo stadio interpretativo.
Un caso interessante è quello dei pronomi personali e del loro uso. Essi sono ben codificati, ben definiti. Esprimono porzioni del mondo cui riconosciamo un senso preciso. Vale a dire, trovano nel mondo un riferimento diretto. Pure, sono anche i segni della massima capacità di astrazione della lingua. O meglio, sono forme di trasfigurazione dell’essere. Le persone sono, per essere tali, prima di tutto impersonali, cioè debbono prescindere da quell’interpretazione parziale dell’essere che è al persona. Basta pensare alla contaminazione della prima persona singolare con la prima plurale. Diciamo “noi” per dire “io”, e l’io diventa generico: per insediarsi in se stesso si lascia attraversare da un “noi” di cui da per scontata una matrice di egoità. E si dice spesso “tu” per dire “noi”.
L’essere parziale si riappropria del suo essere intero in primo luogo attraverso la trasfigurazione delle strutture personali. Forse la teologia cristiana vive di questa lingua dell’essere.
E poi non ho voglia di continuare.