|
|
7月29日
Il pensiero simbolico è un pensiero fondamentale. Esso ha bisogno di un fondamento. Ma la sua natura lo costringe all’occultamento di esso. Ogni simbolismo trova dinanzi a se un terreno fondamentale la cui essenza riposa nel tacere il fondamento. Questo suo mutismo diviene, per ciò stesso, già un’esclamazione, diventa piena voce. Ma in un universo di oggetti non si dà alcun elemento fondamentale. Oggettività significa allora già un abbandono dell’oggetto, vale a dire del pensiero dell’oggetto. Significa cioè riconoscere che il mondo non è mai racchiuso entro i suoi confini reali. Al di là degli oggetti v’è sempre un mondo più ampio che li trascende, che li muove. L’oggetto è l’altro dal semplice oggetto, da ciò che ci sta davanti. Gli occhi guardano se stessi, e vedono sempre qualcos’altro. E questo qualcos’altro non ha alcun fondamento, non ha ragione: è impossibile. L’essere degli oggetti è razionale/irrazionale (universale/virtuale). Essi sono posti al centro in quanto decentrati: non allegorie – non un richiamarsi al fondamento – ma semplici parodie, nel senso che Bataille vi attribuisce. La conclusione non può essere che questa: fra una cosa e l’altra non v’è differenza. Ogni cosa è specchio dell’altra. L’idea dello specchio è presente come un’ossessione nei pittori della Nuova Oggettività. Essa risponde ad una concezione dell’arte come di uno specchio che rifletta il mondo così com’è, senza indulgere a sentimentalismi, senza cedere alla tentazione di idealizzarne i tratti. Pure mai come qui l’oggetto d’arte fu qualcosa di ideale. Nel saggio intitolato I veristi tedeschi Paul F. Schmidt mette involontariamente in luce questa intima ambiguità: «Ma, intendiamoci, non bisogna pensare che questi pittori si pongano di fronte alla realtà e la dipingano così com’è. Certo, il kitsch, l’orrore, la volgarità dei sentimenti e la desolazione del vizio sono sotto gli occhi di tutti, ma per rappresentarli bisogna reinventarli con un’immensa forza d’immaginazione, innalzandoli a una mostruosità gigantesca. L’insensibilità e la meccanicità riguardano solo la forma e gli oggetti dipinti da questi artisti, ma poi ci vuole una straordinaria elevatezza di spirito e di sentimenti per esprimere una mostruosità così sconvolgente. Questi artisti hanno messo a nudo il mondo e il bluff dei falsi sentimenti; non credono più alle estasi, vedono la bassezza e vogliono metterla davanti a uno specchio».
Lo specchio è l’oggetto come altro. È l’impossibilità dell’esistenza, l’astrazione. Solo nel proprio riflesso ogni cosa è se stessa, cioè altro da se. Lo specchio restituisce un’immagine che è più veritiera di ciò di cui è immagine: che è il suo nulla, non è se. Un simbolo qui è impossibile proprio perché è l’impossibilità ad essere simbolica, a trattenere assieme il suo altro, il suo essere se possibile, la propria immagine. L’impossibile è simbolo del possibile. Ciò consente di spiegare un dato singolare, che rischia di sfuggire all’attenzione. La Nuova Oggettività cessa di rappresentare gli specchi nelle proprie opere, quegli specchi che erano stati uno dei luoghi comuni della pittura espressionista in tutta Europa. Picasso, Derain, Matisse, gli artisti del gruppo Brücke avevano dipinto una miriade di variazioni su un tema loro particolarmente caro, quello che in Germania porta il nome di Mädchen vor dem Spiegel. Non si tratta solo di un’immagine ricorrente, ma di un principio estetico rivelatore. Qui le cose sono ad un tempo specchiate e specchianti nell’opera d’arte, e l’una declinazione non corre mai il rischio di prendere il sopravvento sull’altra. Forse è proprio a partire da questo elemento che si comprende perché l’arte di quegli anni sia stata più tardi accusata di sentimentalismo. Che i nudi della Brücke si riflettano sovente su uno specchio, il quale talvolta sembra trovarsi presso di essi per caso, quasi che non vi fosse stato collocato per un motivo preciso, dimostra con estrema naturalezza un’intima affinità e insieme anche una distanza incolmabile fra l’artista e ciò che egli rappresenta: i corpi di quelle fanciulle, sdoppiandosi nella loro immagine riflessa, fanno emergere un nitido scollamento fra la concretezza dell’oggetto raffigurato e la virtualità fondamentale dell’operazione figurativa. Ma ad un tempo queste due dimensioni – pur senza confondersi – restano prese assieme nella compiutezza del fatto artistico. In questa presa simbolica l’arte raggiunge il suo apice, e la sua catastrofe. Tutto questo sembrò inaccessibile ai pittori della Nuova Oggettività. Le loro opere d’arte avevano da essere esse stesse uno specchio: e uno specchio riflette qualsiasi cosa, ad eccezione di se medesimo. L’opera d’arte ha esaurito la propria totalità, per questo non può che limitarsi ad un punto di vista totale sulle cose. Se all’arte non si offrono più che semplici cose, essa perde ogni capacità di rovesciarle nel loro al di là simbolico. L’opera non ha più alcun potere su se stessa, ad essa non è dato riflettere su se medesima. L’ironia dell’oggettività è, ora, di un tipo affatto diverso da quella espressionista. Dopo la guerra l’immagine della ragazza allo specchio scompare del tutto. Tanto che quando Dix la ripropone, ne muta radicalmente il significato: la sua ragazza allo specchio è dipinta di schiena, non se ne vede il viso se non nel riflesso in cui ella si contempla con un inquietante sorriso. Lo specchio non ha che il compito di smascherare le apparenze, ci mostra l’immagine orrenda, deforme ed ossuta di una vecchia vanitosa che di schiena appariva giovane e bella. In un’opera così semplice è racchiusa non solo la polemica con le avanguardie, ma tutta una nuova interpretazione del senso dell’arte.
7月12日
What I see underneath her sight
is a black bird holding me tight,
the bloody bird of revenge, the light
blame I secretly love at night,
the shame I get rid of across a quite
careless line of my mouth, my right
to destroy our whole life despite
her smile, her sinless skin, her bright
word snatching my mind, my myth, my might.
7月8日
La nuit son ombre charmante
séduit mon coeur enchanté;
cette illusion touchante
trompe ainsi ma volupté.
L'amour offre son image
en m'éveillant le matin.
Mais, hélas! de mon hommage
le sacrifice est vain!
(D. A. F. de Sade)
7月3日
Il concetto di educazione pertiene al piano della storia. Si educa qualcuno in vista di una storia, tanto quanto educare implica una narrazione della storia. All’educazione per e della storia appartiene anche la storia dell’educazione, come quel luogo liminare da cui l’educazione può dirsi rifiuto di se stessa e sua menzogna, naufragio. Si guardi soltanto, ad esempio, a quanto è cambiata nel tempo l’idea di un’educazione: un’idea che ha bisogno, necessariamente, di un soggetto da educare. Studiare come cambiano i soggetti dell’educazione (educatori ed educandi, quindi), potrebbe essere uno dei tanti modi per comprendere i soggetti cardine della storia, vale a dire la sua costruzione come percorso educativo. In Grecia l’educazione era destinata ai giovani cittadini, educare un barbaro era cosa priva di senso. In età Medievale da educare era la comunità ecclesiale presa nel suo insieme, attraverso un percorso di elevazione che comprendeva molti gradi, anche fortemente distinti tra loro, ma che si concludeva con la vita ultraterrena. Così la borghesia europea – trasportando sul terreno sociale la vecchia connotazione teologica dello spazio comunitario – forgiò un’idea di popolo come soggetto da educare, ed i suoi tardi rovesciamenti socialisti e libertari mantennero fermo allo stesso posto lo stesso soggetto in vista dell’educazione. Oggi l’educazione ha un significato politico ben più decisivo, forse. Esso dipende dalle forme concrete della politica. Forse oggi non c’è più una componente popolare da educare, la percezione della storia prevede invece le classi al potere come destinatarie dell’educazione. Il discrimine segnato dall’educazione non attraversa più, per noi, le differenze sociali, bensì le differenze politiche. La politica stessa, forse, comincia sempre più ad intendersi come pratica di educazione. È sempre stato così, si può obiettare. Ma ciò appare falso se si guarda a quanto poco di propriamente politico – formalmente politico – avessero le precedenti concezioni dell’educazione. Forse questa è l’epoca (ma da tempo non è più un mistero) in cui la politica è concepita anzitutto come attuazione di pratiche educative, e non viceversa.
|