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日志


8月23日

Réflexions sur la guillotine

 
 
 
All'età di circa nove anni, una sera di primavera, mio padre mi portò sul pontile di Marina di Massa. Vi trovammo molti compagni, erano tutti là radunati. Si protestava contro la Francia di Chirac, contro gli esperimenti nucleari. Mio padre ne salutava molti, si fermava a chiacchierare ora con l'uno ora con l'altro. Io non capii bene il perchè di quell'uscita serale. Non uscivo mai di sera, a quell'epoca. Ciò che è sicuro è che mi annoiavo, esaminavo i volti accesi dei compagni, i loro baffi sporchi, i loro capelli radi, gli occhiali enormi. C'erano anche alcuni cartelli e striscioni, ma nessuno sembrava avere intenzione di dare una forma qualunque a quel raduno, nessuno parlò a nome di tutti gli altri, nessuno intonò slogan - del resto non avevo idea di cosa significasse manifestare. Notai uno striscione che diceva "Boicottiamo la Danone e la Nestlé!". Mi colpì in modo particolare, pensai subito al Nesquik, ai gelati, al budino. Mi affrettai a chiedere a mio padre che cosa volesse dire "boicottiamo". Mi spiegò che sarebbe stata cosa buona e giusta non comprare più i prodotti della Danone e della Nestlé. "Perchè?", "Perchè sono francesi"..."Ah"...
Mi rattristai prefigurando la prossima restrizione dei beni alimentari disponibili nella dispensa e nel frigorifero, e tornai ad esaminare quelle facce arrossate dal vento freddo senza capire assolutamente di cosa stessero parlando.
 
 
 
 
8月18日

già...

 
 
non ho chi chiamare, l'email è vuota, i contatti messenger sono pochi o mi ignorano, la mail di david lynch non si trova, quella della butler è not available (troia), non ho idea di cosa scaricare su emule, i puffi non sono belli come li ricordavo, non so nemmeno a chi potrei mandare un sms inutile tanto per passare il tempo, i libri che dovrei studiare fanno cagare, sade è bello ma stanno sempre a fottere, che palle, e i porno sono più noiosi ancora. Per di più, come vedete, sono affetto da un vertiginoso calo di autostima e da manie depressive. Tanto vale spararsi. Un negozio d'armi a quest'ora non lo trovo, se la ordino su ebay la pistola in un paio di giorni mi arriva, così magari ho anche il tempo di ripensarci. Ma anche no.
 
 
 
 
8月16日

considerazione olimpica

 
 
Lo sport non è qualcosa di banale. Forse solo pochi ne sono coscienti, ma lo sport rappresenta in qualche modo la demilitarizzazione del corpo umano. Esso è ciò che resta del corpo quando il corpo non è più impiegato per la guerra. I grandi giochi sportivi dell'età antica dovevano certamente svolgere una funzione rituale di non poco rilievo per la neutralizzazione simbolica del corpo-arma: una comunità che vive di guerra deve poter tenere lontana, all'interno dei propri confini, l'immagine militare dalla sua proiezione sociale. Così l'uomo soldato diventa, in patria, uomo atleta...come tra le mura della città lo stratega è sostituito dal tragediografo e dai suoi agoni teatrali.
Oggi le cose non stanno diversamente. Al contrario, forse mai come nell'ultimo secolo lo sport è divenuto il pendant spettacolare/agonistico della guerra. Il concetto stesso di sport, del resto, è di origine piuttosto recente: esso è divenuto una delle porzioni metafisiche dello spirito, come lo è divenuta la guerra. Guerra e sport entrambi confinati in un campo, quello sportivo e quello di battaglia, che tendono a convergere in una comune radice spettacolistica.
Molti degli atleti olimpionici sono soldati, carabinieri o poliziotti, dopo tutto. E tuttavia non ci si può che augurare che il nostro bisogno di guerra possa sempre più essere demilitarizzato attraverso il tessuto agonale dello sport, piuttosto che in un tessuto più direttamente sociale.