Lo sport non è qualcosa di banale. Forse solo pochi ne sono coscienti, ma lo sport rappresenta in qualche modo la demilitarizzazione del corpo umano. Esso è ciò che resta del corpo quando il corpo non è più impiegato per la guerra. I grandi giochi sportivi dell'età antica dovevano certamente svolgere una funzione rituale di non poco rilievo per la neutralizzazione simbolica del corpo-arma: una comunità che vive di guerra deve poter tenere lontana, all'interno dei propri confini, l'immagine militare dalla sua proiezione sociale. Così l'uomo soldato diventa, in patria, uomo atleta...come tra le mura della città lo stratega è sostituito dal tragediografo e dai suoi agoni teatrali. Oggi le cose non stanno diversamente. Al contrario, forse mai come nell'ultimo secolo lo sport è divenuto il pendant spettacolare/agonistico della guerra. Il concetto stesso di sport, del resto, è di origine piuttosto recente: esso è divenuto una delle porzioni metafisiche dello spirito, come lo è divenuta la guerra. Guerra e sport entrambi confinati in un campo, quello sportivo e quello di battaglia, che tendono a convergere in una comune radice spettacolistica. Molti degli atleti olimpionici sono soldati, carabinieri o poliziotti, dopo tutto. E tuttavia non ci si può che augurare che il nostro bisogno di guerra possa sempre più essere demilitarizzato attraverso il tessuto agonale dello sport, piuttosto che in un tessuto più direttamente sociale.